Video Svegliati Aemilia

video ” Svegliati Aemilia”

La Cooperativa bolognese Open Group e la testata giornalistica Libera Radio-Voci contro le mafie hanno deciso di produrre questo info-scribing animato scritto insieme all’Associazione Libera dell’Emilia-Romagna, come momento iniziale di una campagna di sensibilizzazione pubblica sul processo Aemilia.

Il maxiprocesso per mafia si è svolto a Bologna, per la celebrazione del rito abbreviato, dal mese di Ottobre 2015 al mese di Aprile 2016. Successivamente si è trasferito a Reggio Emilia dove si sta celebrando il rito abbreviato.

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Rassegna stampa CGIL Reggio Emilia

REGGIO EMILIA SOTTO SCACCO

di Paolo Bonacini

http://www.cgilreggioemilia.it/2018/reggio-emilia-sotto-scacco/

La 194esima udienza del processo Aemilia, penultima del rito ordinario che si celebra dal lontano marzo 2016 nell’aula bunker del Tribunale, ha registrato giovedì 11 ottobre l’attesa dichiarazione spontanea del collaboratore di giustizia Antonio Valerio.

Poteva essere una arringa difensiva, dopo i tanti attacchi rivolti dagli avvocati difensori alla credibilità del “Pulitino”, come chiamavano Valerio gli amici di ‘ndrangheta, e invece sono state tre ore di assalto.

L’abituale retorica del collaboratore è salita in cattedra per questo capitolo finale della sua storia, spaziando dai primi esseri umani sulla terra alle divinità greche, da Omero agli Etruschi, dal Bagaglino al buio cosmico passando per Galileo, Einstein e i Pitagorici. Ma spogliate del colore delle citazioni le sue parole sono apparse assai lucide sulla storia e sulle caratteristiche della famiglia reggiana di ‘ndrangheta. Che non si ferma qui, dice Valerio, perché a Reggio Emilia, lo ribadisce quattro volte:

“Non è finito niente! Non illudetevi di avere eliminato la cosca”.

Ma se non è finito niente, chi sta prendendo o prenderà il posto dei capimafia messi dietro le sbarre? La risposta di Valerio è da prima pagina: oggi sono le donne libere della famiglia a guidare le attività, domani potrebbe esserci la resa dei conti tra i Sarcone e gli Amato per il controllo del territorio.

Antico e moderno non faticano a stare assieme nella testa e nelle pratiche della ‘ndrangheta reggiana, dice Valerio. Qui si è continuato a battezzare gli affiliati con il rito del sangue e “se non mi credete fatevi vedere la cicatrice a croce sul pollice di Gaetano Blasco”.  Ci sono due case delle cerimonie in provincia: una a Barco di Bibbiano, culla del Parmigiano Reggiano, e una a Brescello, culla della cosca Grande Aracri. “E non illudetevi che a chiamare Cutrello quel quartiere allontani il problema”, aggiunge il collaboratore, “perché questa non è Cutro, questa è provincia di Reggio Emilia”. Dove le cose vanno avanti, dove la consorteria si evolve, arrivando alla ‘ndrangheta 5.0 e a una criptovaluta che funziona molto meglio dei bitcoin: gli appartamenti comprati e venduti in nero.

Ma si può riassumere questa ‘ndrangheta che ha infettato così tanto la nostra provincia in un solo minuto di parole? Valerio ci riesce, con frasi e con toni che mettono i brividi. Per la semplicità e la drammaticità di quanto afferma.

In mattinata, prima della lunga requisitoria di Valerio e di quella assai più breve di Salvatore Muto, il presidente Francesco Maria Caruso aveva dichiarato chiuso il dibattimento. Ora restano da ascoltare solamente le ultime dichiarazioni spontanee degli uomini alla sbarra. Mentre Valerio parlava, nell’udienza di giovedì, gli imputati che da tre anni sono in galera hanno chiesto ai giudici di poter leggere anche loro dagli appunti scritti, come concesso al collaboratore di giustizia. Caruso ha acconsentito. Cosa scriveranno, e cosa diranno, lo sapremo martedì 16 ottobre nell’ultima udienza, la numero 195.

Poi il collegio si ritirerà in Camera di Consiglio e dopo un buon numero di giorni, presumibilmente ai primi di novembre, ne uscirà per rendere pubblica la sentenza.

Ma è solo il primo grado e, come dice Valerio, non è finito niente.

 

 

Rassegna stampa CGIL Reggio Emilia

GLI OMICIDI DEL ’92 E LE FRODI DEI TEMPI ODIERNI

di Paolo Bonacini

Trent’anni di carcere a Nicolino Sarcone, capo della ‘ndrangheta emiliana, e otto anni per Antonio Valerio, il collaboratore di giustizia che ha consentito di fare nuova luce, con le sue deposizioni al processo Aemilia, sugli omicidi compiuti in provincia di Reggio Emilia nel 1992. Le condanne, apprendiamo dalla Gazzetta di Reggio, le ha stabilite ieri a Bologna il giudice Gianluca Petragnani nell’udienza preliminare, accogliendo le richieste del PM Beatrice Ronchi. E’ stato disposto anche il rinvio a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Reggio Emilia di altri quattro imputati: il boss Nicolino Grande Aracri, Angelino Greco detto “Linuzzo”, Antonio Ciampà detto “il Coniglio” e Antonio Lerose detto “René”. Affronteranno il processo ordinario a partire dal 12 febbraio, mentre Sarcone e Valerio hanno scelto il rito abbreviato.

Gli omicidi eccellenti di cui i sei debbono rispondere sono quelli di Nicola Vasapollo, ucciso alla periferia di Reggio Emilia il 21 settembre mentre si trovava agli arresti domiciliari, e di Giuseppe Ruggiero, freddato a Brescello un mese dopo da un commando di finti carabinieri che lo ha tratto in inganno facendolo uscire di casa. Una resa dei conti tra cosche di n’ndrangheta che ha affossato i Vasapollo/Ruggiero in Emilia grazie alla momentanea alleanza tra le famiglie Grande Aracri, Dragone, Arena e Ciampà. Alleanza destinata poi a finire con lo spargimento di altro sangue e la definitiva conquista del territorio da parte dei Grande Aracri.

A consentire la ricostruzione dettagliata di quanto accaduto allora sono stati in particolare due collaboratori di giustizia nell’aula del processo Aemilia, ai quali ha poi fornito decisivi riscontri il lavoro di polizia coordinato dalla procura antimafia. Per primo, nelle udienze di febbraio 2017, era stato Angelo Salvatore Cortese, braccio destro di Nicolino Grande Aracri, a fornire nuovi elementi su quella stagione di sangue. Poi si erano aggiunte le dichiarazioni dell’imputato Antonio Valerio, divenuto collaboratore a processo iniziato e membro del commando che operò a Brescello, per completare il quadro accusatorio con nuovi elementi nelle lunghe deposizioni di settembre dello stesso anno.

Disse allora Cortese: “A volere morto Giuseppe erano anche Carmine e Pasquale Arena che regalarono a Nicolino Grande Aracri venticinque milioni di lire per l’omicidio. Avevamo pianificato tutto: conoscevamo i movimenti di Ruggiero, sapevamo quando andava a lavorare con il suo escavatore e quando tornava a casa”. Lui, Cortese, attese con Nicolino Grande Aracri il commando nei pressi della Modena Brennero per “lo scappotto”, cioè la fuga verso Milano, mentre Valerio partecipò all’azione. Era in libertà vigilata e rischiava grosso quella notte, ma il suo travestimento da Carabiniere era un bel lasciapassare e la voglia di vendetta per l’uccisione del padre da parte del cugino di Giuseppe, Rosario Ruggiero detto “Tre dita”, troppo forte.

La notizia delle condanne e dei nuovi rinvii a giudizio arriva a Reggio Emilia nei giorni in cui la città apprende dell’ennesima maxi operazione contro la falsa fatturazione e l’evasione fiscale che vede indagati liberi professionisti, giornalisti, dirigenti sportivi, titolari d’impresa, rappresentanti di importanti associazioni del territorio. L’inchiesta si chiama Octopus e risale al giugno 2014 quando il PM Valentina Salvi denunciò 41 persone, otto delle quali per associazione a delinquere “finalizzata alla frode fiscale, al riciclaggio, alla truffa ai danni dello Stato”.

Dopo quattro anni di indagini da parte di Carabinieri e Guardia di Finanza il numero degli indagati sale ora a 72 nell’avviso di fine indagine, con cinque persone già imputate nel processo Aemilia: Marco Gibertini, giornalista e uomo chiave dell’inchiesta, Antonio Silipo, Mirco Salsi, Giuliano Debbi e Omar Costi. Il gruppo organizzato godeva secondo le indagini di appoggi internazionali con attività di falsa fatturazione tracciate verso l’Olanda, l’Irlanda, la Svizzera e l’Estonia.

A godere dei servizi dell’associazione a delinquere in Italia e in particolare a Reggio Emilia erano anche secondo l’accusa personaggi molto noti. Tra gli altri Giovanni Montorsi, fondatore e presidente dell’Arag di Rubiera, grande impresa con filiali in Australia e Sudamerica che vende accessori tecnologici per l’agricoltura; dirigenti sportivi come Mauro Donelli e Massimo Tirabassi; il giornalista Nicola Fangareggi, direttore di un sito on line molto visitato e apprezzato in regione; l’ex presidente della CNA reggiana Nunzio Dallari; Mario Gaspari, titolare della omonima azienda di trasporti “Gaspari viaggi”; il noto commercialista reggiano, consulente di importanti imprese e cooperative, Maurizio Labanti.

Il primo effetto politico della notizia è la richiesta da parte dei 5 Stelle al Comune di Reggio Emilia della pubblicazione di tutte le consulenze e i contratti eventualmente in essere con gli indagati, ma più in generale l’intera provincia è fortemente scossa dalla quarta grande inchiesta di polizia che la coinvolge in soli quaranta giorni. Ai primi di settembre la notizia dell’operazione della Guardia di Finanza di Reggio e Bologna “Evasioni Bluffing”, con 110 indagati per reati fiscali, truffa, riciclaggio e associazione a delinquere, perquisizioni in tutta Italia con beni sequestrati per 234 milioni di euro, accertate false fatturazioni per 900 milioni. Una settimana dopo l’operazione “Billions” della Polizia e della Guardia di Finanza provinciali con quattro persone ai domiciliari per bancarotta fraudolenta, riciclaggio e reimpiego legati ad operazioni inesistenti per oltre 80 milioni di euro.

A fine settembre l’arresto di don Ercole Artoni, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, e del commerciante Aldo Ruffini, residente sulle colline reggiane, con l’accusa di minacce aggravate al presidente del Tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti, attualmente sotto scorta. La vicenda è collegata alla maxi evasione fiscale contestata a Ruffini, accusato di usura, ricettazione e riciclaggio, che ha portato sempre in settembre alla confisca di beni per quasi 24 milioni di euro, con sentenza di primo grado pronunciata dalla stessa dott.ssa Beretti, già membro del collegio giudicante di Aemilia.

Cosa succede in questa città? Siamo la maglia nera dell’Italia, la capitale dell’illecito e delle truffe ai danni dello Stato, oppure l’andazzo è generale e sono le forze dell’Ordine e gli inquirenti a lavorare meglio qui che altrove?

Non c’è comunque da stare allegri.