Video Svegliati Aemilia

video ” Svegliati Aemilia”

La Cooperativa bolognese Open Group e la testata giornalistica Libera Radio-Voci contro le mafie hanno deciso di produrre questo info-scribing animato scritto insieme all’Associazione Libera dell’Emilia-Romagna, come momento iniziale di una campagna di sensibilizzazione pubblica sul processo Aemilia, il maxiprocesso per mafia che si sta svolgendo a Bologna e il 23 marzo approderà a Reggio Emilia.
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Il diktat del clan: «Cedi le tue quote»

2016-09-24,da la Gazzetta di Reggio

La figura di Angelo Salvatore Cortese nel 2005 non era sconosciuta, almeno tra molti calabresi. Il cutrese era già stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero, avvenuto nel 1992 a Brescello, e poi assolto in Appello. Nel dicembre 2007 Cortese venne arrestato con altre persone per una vicenda di droga dai carabinieri di Parma. Poco dopo iniziò a collaborare con la giustizia, diventando il primo pentito cutrese. Cortese si è attribuito ben 10 omicidi, anche quello per il quale è stato assolto, e ha consentito agli inquirenti di ricostruire gli affari della ’ndrangheta in Emilia e parte della Lombardia dagli anni ’90 in poi. Ai magistrati ha raccontato di essere stato al servizio del boss Antonio Dragone dal 1985 e poi essere passato dal 1999 ai Grande Aracri quando tra le due cosche scoppiò la guerra che portò alla liquidazione del vecchio boss.di Jacopo Della Porta wREGGIO EMILIA «Cedi le quote del ristorante alle condizioni che ora ti verranno spiegate». Siamo nel 2005, forse il 2004, Continua a leggere

Imputato saluta dalla gabbia la vittima di un’estorsione

2016-09-24,da la Gazzetta di Reggio

REGGIO EMILIA Le deposizioni dei testimoni al processo Aemilia sono spesso sofferte. Le vittime di reati spesso vengono richiamate dai pm o dal presidente del collegio al dovere di raccontare la verità e non essere reticenti. Spesso ci sono anche discordanze tra quanto dichiarato dalle vittime nei verbali, davanti ai carabinieri, e quello che poi riferiscono in aula. Ieri mattina in aula è stato ascoltato il lodigiano Giordano Boschiroli, che ha raccontato delle presunte estorsioni messe in atto ai suoi danni da alcuni calabresi operanti nel Mantovano e nel Reggiano. Quegli episodi sono al centro del processo Pesci in corso a Brescia, nato dall’indagine parallela ad Aemilia. Boschiroli, che in passato è stato minacciato di morte, è apparso in difficoltà nel rispondere alle domande e ha ammesso di essere preoccupato. Il pm della Dda Marco Mescolini, durante un intervallo del processo, ha chiesto che l’imprenditore fosse allontanato dall’aula. «Perché ho notato che qualcuno l’ha salutata dalla gabbia», gli ha detto il magistrato. «Sì mi hanno salutato e ho risposto», ha detto l’uomo.

«Ti impicchiamo se non vai via da qui»

2016-09-22, da la Gazzetta di Reggio

di Tiziano Soresina

REGGIO EMILIA Una testimonianza a dir poco sofferta – ieri pomeriggio nel maxi processo Aemilia – quella del 49enne Ugo Apuzzo, nato nel Napoletano ma che vive a Carpi (Modena). In mattinata non si presenta a deporre, poche ore dopo arriva in aula “scortato” dai carabinieri. «Scusatemi, avevo la febbre» si giustifica velocemente, ma non ci vorrà molto a capire tanta ritrosia. Bastano alcune frasi. «Mi hanno detto: “Siamo venuti a prendere possesso del nostro bene. Se non te ne vai di qua ti impicchiamo”. Ero terrorizzato, credetemi. Per me sono stati i dieci giorni più brutti della mia vita, peggio del terremoto». Per il pm antimafia Marco Mescolini è una delle vittime della cosca legata alla ’ndrangheta e accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso il 61enne Giuliano Debbi (imprenditore di Sassuolo residente a Scandiano) in concorso con Alfonso Diletto (il 49enne è considerato dagli inquirenti uno dei capi del clan), il volto tv reggiano 50enne Marco Gibertini e il brescellese 44enne Gennaro Gerace. Tutti e tre questi ultimi già condannati durante il rito abbreviato. Viene ricostruito in aula che Apuzzo nell’estate del 2013 entra nella gestione del catering del Marinabay, notissimo stabilimento balneare di Marina di Ravenna. «Sapevo che c’erano dei problemi – prosegue il testimone – infatti non ero molto convinto. Mi avevano detto che c’erano grossi debiti: pendenze per 400mila euro con Equitalia, che assieme a quelli verso i fornitori diventavano 2 milioni. Per questo ho preso solo il catering e non l’intera gestione. Al’epoca dormivo all’interno dello stabilimento. Quando mi sono alzato per controllare che cosa mancasse in dispensa, nella sala ristorante ho trovato alcune persone. Mi hanno subito minacciato, chiedendomi di andarmene. “Voi non siete i titolari”, ho risposto. “Vattene sennò ti impicchiamo, siamo noi i padroni qui”. E mi hanno mostrato pure una carta notarile in cui si diceva che Giuliano Debbi aveva concesso loro le sue quote societarie. Io ero molto spaventato. Ho chiamato subito i carabinieri per fare denuncia. Poi anche i proprietari del locale, che mi hanno detto “Tu stai al tuo posto, sei autorizzato a stare lì”». Anche nel ristorante di Carpi di Apuzzo era arrivata una strana telefonata. «Hanno chiamato i miei colleghi e la mia compagna per consigliare loro di mandarmi via».

 

«Sarcone, Gibertini e Silipo i tre si fingevano carabinieri»

2016-09-22, da la Gazzetta di Reggio

REGGIO EMILIA I raid in Riviera romagnola nel 2013 sono stati al centro dell’udienza di ieri di Aemilia e un investigatore – il luogotenente Leonardo Berti dei carabinieri di Ravenna – racconta come un paio di episodi l’avessero a dir poco insospettito: «Da vecchio sbirro ho cominciato a pensare che ci fosse un tentativo di infiltrazione da parte di una famiglia legata alla ’ndrangheta». Si entra nei dettagli di una vicenda inquadrata dall’Antimafia come un’estorsione nei confronti di Mauro Grassi, per gli inquirenti messo sotto pressione affinché pagasse «una somma di denaro quantificabile in 200mila euro a favore di Giuliano Debbi, quale restituzione dell’anticipo di quote capitale relative all’acquisto di un esercizio pubblico a Ravenna». E nella ricostruzione c’è l’arrivo – il 17 giugno 2013 – a Ravenna di un trio: Nicolino Sarcone, Marco Gibertini e Antonio Silipo. Girano su una Bmw nera e si fingono carabinieri, mostrando velocemente dal portafoglio un sorta di tesserino. Per la Dda effettuarono delle ricerche nei luoghi frequentati da Grassi, riuscendo a identificarne la residenza e obbligandolo ad incontrarli «minacciandolo in caso di rifiuto di andarlo a prendere a casa». Grassi presenta subito una denuncia per minacce ai carabinieri ravennati. Tramite un fermo-immagine della “visita” dei tre in un ristorante del centro di Ravenna per cercare informazioni sul loro obiettivo, i militari identificano il terzetto e lo tengono d’occhio. Si muovono per le minacce, poi dieci giorni dopo avvisano l’Antimafia di Bologna.