Aemilia

Il 28 gennaio 2015 una maxioperazione porta all’arresto di 117 persone, arrestate in tre operazioni congiunte: Aemilia, in Emilia-Romagna, Pesci in Lombardia, Kyterion in Calabria. L’Emilia-Romagna si sveglia dal torpore e scopre che in regione c’è la mafia. Una mafia affarista, imprenditoriale, liquida, spesso silente. Una mafia che si è radicata grazie a una zona grigia fatta di professionisti che si sono messi a disposizione della ‘ndrangheta emiliana.

L’operazione prosegue con nuovi arresti e poi si apre il processo Aemilia, quello che è stato definito il maxiprocesso alla ‘ndrangheta emiliana: è il più grande processo contro le mafie nel Nord Italia.

Gli imputati iniziali complessivi erano 239, poi divisi tra riti abbreviati (71), patteggiamenti (19), proscioglimenti (2). 5 dei 6 uomini ritenuti dalla Dda – e dalle prime sentenze – a capo della cosca di ‘ndrangheta con epicentro a Reggio Emilia, hanno scelto il rito abbreviato: non hanno quindi voluto contestare nella fase dibattimentale del rito ordinario l’accusa. I 5 uomini sono Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto, Antonio Gualtieri, Francesco Lamanna, Romolo Villirillo, tutti condannati dai 12 ai 15 anni dalla sentenza di appello.
Sono stati rinviati a giudizio, sono quindi processati secondo il rito ordinario, 149 imputati. Di questi, 34 sono processati, dal 13 marzo 2018, secondo il nuovo rito abbreviato.

I capi d’imputazione dell’operazione Aemilia sono 189, ma i più inquietanti – oltre ad associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni, usure, furti, incendi, commercio di sostanze stupefacenti – sono quelli che riguardano l’economia emiliano-romagnola: come si legge nell’ordinanza dell’operazione, lo scopo dell’associazione era quello di “acquisire direttamente e indirettamente la gestione e/o controllo di attività economiche, in particolare nel settore edilizio, movimento terra, smaltimento rifiuti, ristorazione, gestione cave, nei lavori seguenti il sisma in Emilia del 2012; acquisire appalti pubblici e privati”.

Lo ha spiegato Enzo Ciconte, ascoltato dai Giudici della Corte in una delle udienze: la ricchezza dell’Emilia Romagna e del Nord ha tranquillizzato la maggior parte della popolazione che per tanto tempo si è sentita immune da un radicamento vero e proprio, quando è proprio quella ricchezza che ha fatto sì che le mafie si radicassero e crescessero.

Storia
Tutto inizia nel 1982, quando Antonio Dragone, capo della locale di Cutro, viene mandato, con obbligo di dimora, a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. Una misura cautelare usata per allontanare i mafiosi dalla loro terra d’origine, ma che spesso si è rivelata un vero boomerang. Dragone fa confluire nel reggiano molti suoi affari. Quando viene arrestato, le redini passano nelle mani del figlio Raffaele, anche lui in manette qualche mese dopo. Con i due capi in carcere, il comando viene preso da Nicolino Grande Aracri, detto “mano di gomma”. Ma tutto cambia con l’omicidio di Raffaele, ucciso nel 1999 da Grande Aracri per continuare a detenere il controllo di quella che chiamano “locale”. Quando, nel 2003, Dragone viene scarcerato, cerca di riappropriarsi del clan. La guerra tra le due famiglie finisce nel 2004 con l’uccisione di Dragone a Cutro. Da quel momento, secondo l’accusa, i Grandi Aracri prendono il controllo della cosca cutrese, sia in Calabria che in Emilia.

Vicenda
Al centro dell’inchiesta ci sono spartizioni di appalti pubblici, ricostruzione post sisma ed elezioni amministrative. I carabinieri hanno infatti intercettato una conversazione, avvenuta poco dopo la scossa del 29 maggio 2012, tra due esponenti della “locale”, Gaetano Blasco e Antonio Valerio. «È caduto un capannone a Mirandola», dice Blasco. «E allora lavoriamo là!», risponde ridendo Valerio. A infiltrarsi nella ricostruzione è stata la Bianchini Costruzioni di San Felice sul Panaro. Il titolare, Augusto Bianchini, secondo l‘accusa era il soggetto ideale per questi lavori: operava da tempo sul territorio e aveva ottime relazioni con Giulio Gerrini, responsabile area lavori pubblici del Comune di Finale Emilia. La Bianchini ottiene gli appalti, tra gli altri, per la ricostruzione del cimitero di Finale, la realizzazione delle scuole temporanee e la demolizione degli edifici pericolanti. Ma l’azienda si ritrova nelle carte dell’operazione anche per l’uso di amianto: dal campo di accoglienza di San Felice sul Panaro, alla tangenziale di Sermide, nel Mantovano, passando per le scuole temporanee. Il clan calabrese non avrebbe risparmiato  neanche le elezioni amministrative. Tra gli imputati ci sono Giuseppe Pagliani, consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia, e Giovanni Paolo Bernini, candidato a Parma nel 2007 con il centrodestra. Entrambi accusati di concorso esterno.

Struttura e imputazioni
I reati più gravi contestati sono: associazione e concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, usura, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza e altro ancora. L’associazione di stampo mafioso differisce dall’associazione a delinquere per le finalità, in quanto, oltre ai delitti, l’associazione di stampo mafioso può avere finalità lecite ma con l’uso illecito della forza di intimidazione. A capo della ‘Ndrina c’è il boss Nicola Grande Aracri, già condannato a trent’anni per associazione mafiosa nel processo “Scacco matto” e imputato per estorsione nel corso delle indagini emiliane. I capi promotori dell’articolazione autonoma al nord, accusati di associazione mafiosa, estorsione e usura, sono invece Nicolino Sarcone, competente per la zona di Reggio Emilia; Michele Bolognino, che si occupava di Parma e Bassa reggiana; Alfonso Diletto, capo promotore della Bassa reggiana; Francesco Lamanna, capo promotore di Piacenza; Antonio Gualtieri, capo promotore Piacenza e Reggio, e Romolo Villirillo, persona di collegamento con tutte le zone. Sotto di loro ci sono gli organizzatori per il raccordo operativo, che fanno da collegamento tra gli appartenenti al sodalizio. Tra loro Giuseppe Giglio e Salvatore Cappa, imprenditori legati a Bolognino; Antonio Silipo, proprietario di una ditta di trasporti; Gaetano Blasco, gestore di un ristorante pizzeria in Germania; Antonio Valerio, imprenditore edile. Tutti e tre vicini a Nicola Sarcone. Le mafie non si servono solo dei loro affiliati ma anche di persone esterne, spesso professionisti compromessi che mettono le loro conoscenze a disposizione della criminalità organizzata per un semplice ritorno economico. Imputati come concorrenti esterni dell’associazione ‘ndranghetista emiliana sono: il costruttore Augusto Bianchini, che con la sua ditta edile che ha vinto degli appalti per la ricostruzione dopo il terremoto e avrebbe usato l’amianto per le stabilizzazioni; il giornalista sportivo Marco Gibertini, che si ritiene mettesse a disposizione dell’associazione le proprie conoscenze politiche, imprenditoriali e nel mondo della stampa; la consulente fiscale bolognese Roberta Tattini, che avrebbe fatto da intermediario e consulente, ricercando nuovi progetti su cui investire i soldi della mafia; il consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, accusato di essere stato avvicinato per difendere il sodalizio dalle interdittive antimafia emanate dal prefetto Antonella De Miro, accusata dallo stesso di voler favorire le cooperative. Secondo il tribunale del riesame, però, il comportamento del consigliere seguiva la sua linea politica e non si erano concretizzate le promesse fatte. Infine l’ex assessore Pdl del Comune di Parma Giovanni Paolo Bernini, che in cambio di voti avrebbe promesso 50mila euro al sodalizio. Il tribunale del riesame ha però rigettato il ricorso della Dda che chiedeva il suo arresto in quanto ravvisava più che altro una corruzione elettorale.

“La mafia silente non è quella che non intimidisce”
La strategia della consorteria mafiosa voleva colpire anche i giornalisti che raccontavano il processo e, quindi, davano fastidio a una associazione criminale che vorrebbe essere rappresentata come una associazione imprenditoriale qualunque.
Tra le varie indicazioni decise all’interno del carcere, c’erano, quindi, anche quelle per indebolire la stampa: il 17 gennaio 2017 Michele Bolognino chiedeva, a nome di tutti gli imputati, che il processo procedesse a porte chiuse, con l’esclusione di tutti i giornalisti dall’aula. Secondo gli imputati, i giornalisti avrebbero fatto un linciaggio mediatico nei loro confronti distorcendo le notizie: “ogni articolo pubblicato – è scritto nella lettera letta da Bolognino – è sempre in chiave accusatoria anche quando esame e contro-esame hanno dato un quadro diverso”, e anche le scolaresche le associazioni che partecipano al processo lo fanno “solo per ascoltare la parte accusatoria e vanno via quando c’è il contro-esame”.
Alla “inquietante richiesta” – come viene definita da Ronchi – i giudici diedero ordine di rigetto, proprio nel giorno in cui davanti al Tribunale era arrivata la Mehari di Giancarlo Siani, in una delle tante tappe del “Viaggio legale”. Il giudice Caruso affermò che “la pubblicità dell’udienza ‘a pena di nullità’ è anzitutto garanzia fondamentale degli imputati”, ricordando poi come la libertà di informazione presente nell’articolo 21 della Costituzione sia “pietra angolare del sistema democratico”.
La questione emerge in due forme diverse anche nel primo rito abbreviato: in appello è stato condannato Domenico Mesiano, ex autista del Questore di Reggio Emilia, per concorso esterno in associazione mafiosa e per le minacce a Sabrina Pignedoli, giornalista della redazione reggiana del Resto del Carlino, intimata di smettere “di occuparsi con la sua attività giornalistica dei Muto perché costoro non gradivano più che lo facesse”.
Sempre dal processo Aemilia, inoltre, viene alla luce un altro inquietante avvenimento: il collaboratore di giustizia Vincenzo Marino ascoltato in una delle udienze ha affermato che all’inizio degli anni Duemila la ‘ndrangheta aveva progettato di eliminare un giornalista e un assessore che davano fastidio.

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LE FASI DEL PROCESSO

Operazione Aemilia: 28 gennaio 2015
Arrestate 117 persone in tre operazioni congiunte:
– Emilia Romagna (Aemilia)
– Lombardia (Pesci)
– Calabria (Kyterion)
Nuovi arresti fino a luglio.

PROCESSO
Fase preliminare: 28 ottobre 2015, Padiglione 19 della Fiera di Bologna
Imputati: 239 imputati complessivi
di cui: 

  • 147 rinviati a giudizio
  • 2 proscioglimenti
  • 71 riti abbreviati
  • 19 patteggiamenti

RITO ABBREVIATO
1° grado – Bologna
Sentenza del 22 aprile 2016: 58 condanne su 71 imputati.
13 assoluzioni e 1 prescrizione (a Giovanni Paolo Bernini, ex assessore Pdl a Parma, prosciolto per prescrizione dall’accusa di corruzione elettorale)
Condannati i principali imputati accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, assolto il marito di Roberta Tattini (condannata a 8 anni e 8 mesi) + Marco Gibertini (9 anni e 4 mesi)
(completa, qua: https://www.processoaemilia.com/abbreviato-1-le-sentenze )

2° grado – Bologna
Confermate quasi tutte le sentenze del primo grado con due assoluzioni modificate in condanne. Tra queste, la condanna a quattro anni per Giuseppe Pagliani, consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e interdetto per cinque anni dai pubblici uffici. Per lui l’accusa era quella di aver fornito il suo aiuto al clan ‘ndranghetistico piegando la propria attività politica a fini criminali.
Per l’altro politico che era stato coinvolto nel processo, Giovanni Paolo Bernini, ex assessore Pdl a Parma per cui i Pubblici Ministeri avevano chiesto 6 anni, è confermato il proscioglimento per prescrizione dall’accusa di corruzione elettorale.
(http://www.liberainformazione.org/2017/09/13/aemilia-lappello-dei-riti-abbreviati-conferma-limpianto-accusatorio-e-riporta-la-politica-nel-processo/)

3° grado – Cassazione
Sentenza definitiva del 24 ottobre 2018: 40 condanne su 46 ricorsi presentati.
Tra le condanne ci sono quelle di tutti i principali boss mafiosi a capo della ‘ndrina emiliana, tranne Michele Bolognino, condannato nel rito ordinario. Confermate anche le condanne degli appartenenti alla cosiddetta “zona grigia”. Le modifiche riguardano invece i due imputati che in primo grado erano stati assolti ed erano poi stati condannati in appello: Giuseppe Pagliani e Michele Colacino: per loro è stato annullata la sentenza di 2° grado, con rinvio alla Corte di Appello.
La Corte di Cassazione ha confermato quindi l’impianto accusatorio: la ‘ndrangheta emiliana ha agito in modo autonomo e si è radicata profondamente in regione. Non ci sono più condizionali: è un fatto riconosciuto in tutti i tre gradi di giudizio.
http://www.liberainformazione.org/2018/10/28/aemilia-la-cassazione-mette-un-punto-la-ndrangheta-emiliana-e-una-realta-criminale/ 

RITO ORDINARIO
1° grado – Reggio Emilia
Inizio: 23 marzo 2016, sentenza: 31 ottobre 2018.
I numeri: 148 imputati di cui 34 accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, 189 capi di imputazione, un rito ordinario e un rito abbreviato (sul perché il rito ordinario si è sdoppiato in un ulteriore rito abbreviato, vedi: http://www.liberainformazione.org/2018/09/13/aemilia-verso-la-sentenza/), 1712 gli anni chiesti dall’accusa.
La sentenza: 125 imputati condannati, 19 assolti e 4 prescrizioni. 1200 anni di carcere complessivi. Le assoluzioni riguardano tutte posizioni e reati minori, le condanne arrivano fino a 38 anni (rito ordinario + rito abbreviato) ai quali è stato condannato Michele Bolognino, l’unico dei principali boss della ‘ndrina emiliana a non aver scelto fin da subito di essere giudicato con rito abbreviato. Condannati i tre collaboratori di giustizia ma con notevoli riduzioni di pena, a partire da quelle al principale “pentito” del processo – che ha svelato tanti degli aspetti che hanno poi permesso di aprire nuovi filoni d’indagine – Antonio Valerio, condannato a 11 anni.
Per approfondire: Aemilia, verso la sentenza

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I DOCUMENTI SU AEMILIA

OPERAZIONE AEMILIA
Ordinanza di applicazione di misure cautelari coercitive

PROCESSO AEMILIA
Parti Civili

· RITO ABBREVIATO
Motivazioni sentenza di primo grado
Sentenza D’Appello
Motivazioni sentenza d’Appello
Sentenza di Cassazione

· RITO ORDINARIO
Costituzione Parti Civili nel Rito Ordinario
Dispositivo Aemilia
Motivazione della sentenza di primo grado